Non riesco a trovare un aggettivo, un sostantivo o un avverbio, per definirlo in una sola parola. E –forse fortunatamente- non riesco a recuperare nemmeno un motivo valido, che sia solo uno, per spiegare perché ne resto così passionalmente e carnalmente attratto. Quando resto seduto di fronte il mare, metto piede in una dimensione parallela. Il corpo resta immobile sulla scogliera, lo spirito si aliena, perdendosi oltre quella barriera costruita nella mente dall’incrocio tra l’azzurro delle acque e del cielo. Oltre quel confine vi è un desiderio di libertà, un sogno che ha ragione di essere coltivato perché indefinibile, il suo cibo è la magia di un riflesso o lo schizzo prodotto dalla riva che bagna la pietra. Ci sono momenti che la riga di un testo non potrà mai fedelmente riprodurre. E soprattutto emozioni che non possono filtrare attraverso la carta. Peccato. Perché riuscire a trasmettere il momento in cui vieni catturato dal raggio di sole che riflette sull’acqua calma e placida, sarebbe veramente da paradiso dei sensi e della mente. Vasto, infinito, calmo o increspato, semplicemente il mare. E’ tutto e niente. E’ la forza della natura che si ribella contro tutti riuscendo sempre a spuntarla, il dominio della materia sull’artificiale. Ma anche la conquista dell’uomo con le sue invenzioni che riesce a solcarlo, attraversarlo e se ne sente padrone. Insomma, tutto e niente. E’ solitudine e moltitudine. E’ la potenza di un’unica grande forza e la spirito vitale dei tanti essere che lo abitano. Seduto su uno scoglio, una creatura che giudichi inconsciamente insignificante si posa di fronte i tuoi occhi. Il suo sguardo s’incrocia con il tuo, ti sarà capitato di averla vista mille volte, esattamente come chissà quante volte avrai gettato gas nel motore del tuo desmo spalancando l’acceleratore a manetta, letto un libro che conosci quasi a memoria, rivisto scene di un film che non butteresti mai nel cestino. Ma questa volta è diverso. Sei tu, il mare e lui, un gabbiano. Lo guardi, lo osservi, ti convinci: ti somiglia. Da solo deve imparare a volare, da solo deve cacciare per sopravvivere, da solo vive gran parte delle sue giornate. Lo vedi fermo, immobile, dritto ed orgoglioso, sulla punta di uno scoglio, con le ali dischiuse, gli occhi socchiusi, esattamente come te. Ha ali che volano basse ma zampe grandi per non farsi troppo male quando è il momento di planare. La sua vita è un percorso di auto perfezionamento solitario: non può contare su nessuno, deve fare tutto da sé, e soprattutto sa di non poter sbagliare. Abnegazione e sacrificio: si chiamano così le due strade che dovrà percorrere per mantenersi a galla ed evitare di venire risucchiato dalla corrente. Non ha una famiglia, non ha un branco, non caccia in gruppo, la solitudine è la sua migliore compagna di vita. Sornione, sì, ma è solo un’apparenza. C’è chi confonde e non capisce questo suo atteggiamento, il suo stile di vita, ma a lui interessa davvero poco. Perché è la sua vita e gli scivolano i commenti degli altri. Lui osserva, valuta, riflette, cerca di non farsi scappare un colpo. Ogni tanto sente il bisogno di entrare a contatto con gli altri gabbiani. Talvolta ci riesce e sono altri essere umani come lui. Soli. Talvolta sbaglia il momento per entrare nelle loro vite. Altre volte, riflettendo, pensa che la forza del vento e l’odore del mare lo porterà sempre più lontano. E allora meglio lasciar perdere, meglio stare lontani, meglio riprendere le distanze, segnare nuovamente differenze. In mezzo ci sono storie, vite e destini troppo diversi. Può anche capitare che la sua spontanea voglia di compartecipazione non venga capita. Non chiede niente, non ha pretese, sbaglierà i modi per farsi capire ma resta colpito e frastornato quando di fronte si ritrova un muro costruito con i mattoni dell’ostilità, della rabbia, del fastidio. A quel punto, con il solito sorriso sornione di sempre, il gabbiano non farà drammi. Una breve rincorsa con le sue grandi gambe e dispiegherà le ali per volare lontano.
Per tornare sul suo scoglio, dall’altra parte del mare.
Mario